NON SI DICE SAYONARA

Ci sono libri che raccontano una storia e libri che, invece, sembrano entrare piano dentro di noi e toccare qualcosa che magari non sapevamo nemmeno di avere. Non si dice sayonara per me è uno di questi. È un libro delicato, ma non per questo leggero. Anzi, dietro la sua dolcezza parla di una cosa che fa paura a tutti: perdere qualcuno e imparare a vivere con la sua assenza. La cosa che mi ha colpita di più è che questo libro non mi ha fatto pensare alla morte come a una fine, ma alla memoria come a una forma di presenza. Mi sono chiesta: quando una persona che amiamo non c'è più, dove va tutto l'amore che provavamo per lei? Non può semplicemente sparire. E allora forse rimane dentro di noi. Rimane nelle parole che ci ha insegnato, nelle cose che ci piacciono, nei piccoli gesti che facciamo senza rendercene conto. Forse una persona continua a vivere anche nel modo in cui ci ha cambiati. Ed è proprio questo che trovo bellissimo: il libro sembra dirci che ricordare non significa rimanere bloccati nel passato. A volte ricordare è il modo più dolce che abbiamo per andare avanti. Non dobbiamo scegliere tra il dolore e la felicità. Possiamo sentire la mancanza di qualcuno e, nello stesso momento, riuscire a sorridere. Possiamo avere una ferita nel cuore e continuare comunque a riempirlo di cose belle.
Mi ha fatto riflettere anche sul fatto che ognuno vive il dolore in modo diverso. Alcune persone hanno bisogno di parlarne, di conservare fotografie, ricordi, oggetti e parole. Altre invece cercano di non pensarci, quasi come se non guardare una ferita potesse farla guarire. Ma secondo me il dolore non chiede di essere dimenticato: chiede di essere ascoltato. E forse, quando smettiamo di scappare da ciò che ci fa male, cominciamo lentamente a trasformarlo. Ho trovato molto importante anche il tema dell'identità. Il libro mi ha fatto pensare a quanto delle persone che amiamo finisca inevitabilmente dentro di noi. Noi non siamo fatti soltanto di ciò che scegliamo di essere: siamo anche fatti dei luoghi che abbiamo conosciuto, delle persone che ci hanno amato, delle lingue che abbiamo ascoltato, delle abitudini che abbiamo imparato e perfino delle assenze che ci hanno cambiato. Dentro una persona possono vivere tanti piccoli mondi. E nessuno dovrebbe sentirsi costretto a cancellarne uno per poter appartenere all'altro. Per questo il Giappone, secondo me, assume un significato che va oltre un semplice luogo. Diventa quasi un pezzo di memoria, un filo che collega il presente a ciò che è stato. Mi piace l'idea che le nostre radici non siano qualcosa che ci trattiene, ma qualcosa che ci permette di capire meglio chi siamo. Come gli alberi: hanno bisogno di radici profonde proprio per poter crescere verso l'alto.
Anche l'amicizia, nel libro, mi è sembrata raccontata in un modo molto tenero. Non come qualcosa di perfetto, ma come una presenza capace di arrivare proprio quando ne abbiamo bisogno. A volte una persona non ci salva facendo grandi cose. Magari semplicemente rimane. Ci ascolta. Ci fa ridere quando pensavamo di non riuscirci più. Ci ricorda che siamo ancora qui. E forse questa è una delle forme più belle dell'amore: non avere sempre le parole giuste, ma scegliere di non andare via. Il titolo Non si dice sayonara è quello che più di tutto mi è rimasto dentro. Mi piace pensare che quel "non si dice" non significhi negare l'addio, ma rifiutare l'idea che un addio possa cancellare un legame. Ci sono persone che non possiamo più abbracciare, ma che possiamo ancora incontrare nei ricordi. Possiamo ritrovare una loro espressione in una nostra, una loro passione in qualcosa che amiamo, una loro voce in una frase che ci torna in mente all'improvviso. Forse alcune persone non se ne vanno davvero: smettono soltanto di camminare accanto a noi e cominciano a camminare dentro di noi. Questa è la riflessione che più mi ha lasciato il libro. Mi ha fatto pensare che crescere non significa diventare abbastanza forti da non soffrire più. Forse significa imparare che si può essere fragili e andare avanti lo stesso. Che ci sono giorni in cui manca qualcuno e giorni in cui si riesce a sorridere, e che nessuna delle due cose cancella l'altra. Alla fine, penso che Non si dice sayonara sia un libro sulla perdita, ma ancora di più sia un libro sull'amore che rimane. Perché quando amiamo davvero qualcuno, quella persona lascia una piccola impronta in noi. E magari il tempo può rendere il dolore meno appuntito, può cambiare i ricordi, può portarci lontano da quel momento, ma non può cancellare ciò che abbiamo provato. E forse è proprio questo il messaggio più dolce che mi porto via: non tutto ciò che finisce scompare. Alcune cose finiscono e diventano ricordi. Alcune persone se ne vanno e diventano parte di noi.
Alcuni addii non sono veramente addii. E allora forse non si dice sayonara perché ci sono persone alle quali non serve dire addio. Le portiamo con noi. Nel cuore, nei ricordi, nelle piccole cose. E finché continueremo a voler loro bene, in qualche modo, non saranno mai completamente lontane.
Alessandra
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A volte ci sono libri che ti entrano dentro piano piano, come quando cerchi di incastrare un pezzo di puzzle che sembra non voler stare al suo posto, e poi clic, all'improvviso combacia. "Non si dice sayonara" per me è stato così. All'inizio mi ha catturata subito perché parlava di qualcosa che fa paura anche se non lo dici ad alta voce: il momento in cui devi lasciare andare qualcuno, anche se una parte di te vorrebbe tenerlo stretto per sempre.
Questo libro mi è piaciuto perché non fa finta che il dolore sia una cosa semplice. A volte sembra che gli adulti pensino che noi ragazzi non capiamo il lutto, o che per noi sia più leggero. Invece non è vero. Quando perdi qualcuno, è come se il tuo puzzle avesse un buco proprio al centro, e tu continui a cercare quel pezzo ovunque: sotto il letto, nello zaino, tra i ricordi. E non lo trovi mai. E allora ti arrabbi o ti senti strana, o ti sembra che tutto il resto del puzzle non abbia più senso.
Nel libro, Élise fa un po' quello che faccio io quando mi manca qualcuno: mi aggrappo ai ricordi, anche a quelli piccoli, tipo una frase detta al volo o un gesto che sembrava niente. È come tenere in mano un pezzo di puzzle che non sai dove va ma che non vuoi perdere.
Mi è piaciuto anche perché non è troppo perfetto. Ci sono momenti confusi, come quando nella mia testa si mescolano scuola, amiche, pensieri strani e quella sensazione che qualcosa stia cambiando e tu non puoi fermarlo. Però ci sono anche momenti luminosi, che ti fanno pensare che forse il puzzle non tornerà mai identico a prima, ma che puoi comunque ricostruirlo, magari con pezzi nuovi.
E poi c'è quella cosa della torta di cipolle. Non so perché, ma mi è rimasta impressa. Forse perché è un dettaglio semplice, quasi buffo, ma allo stesso tempo pieno di significato. La torta di cipolle è una cosa che ti fa lacrimare anche se non vuoi proprio come certi ricordi. È un po' come quando mia nonna cucina qualcosa che mi piace e all'improvviso mi torna in mente un momento che pensavo di aver dimenticato. La torta di cipolle nel libro sembra una specie di simbolo: un sapore forte, che ti resta addosso, che non puoi ignorare.
Parlando di nonne mi ha colpito tantissimo anche la figura della nonna di Élise, Sonoka. Lei è come quei pezzi del puzzle che non sono al centro, ma senza di loro il disegno non regge. È una presenza che non fa rumore, ma che tiene insieme tutto: le tradizioni, i ricordi, i gesti piccoli che sembrano niente ma che poi diventano enormi. La nonna di Elise è una di quelle persone che ti insegnano cose senza spiegarti nulla, solo stando lì. Mi ha ricordato un po' la mia, quando mi dice di non correre troppo, che la vita va capita un pezzo alla volta, come un puzzle difficile. E anche se a volte sembra severa o distante, in realtà è piena di quella saggezza che ti arriva piano, come un profumo che riconosci solo dopo un po'.
La nonna di Élise, Sonoka, è il tipo di persona che tiene i ricordi come fossero pezzi preziosi, che non butta via niente, nemmeno le cose che fanno male. E questo mi ha fatto pensare che forse crescere significa anche imparare a custodire i pezzi che ci fanno piangere, non solo quelli che ci fanno ridere.
Alla fine, questo libro mi ha fatto pensare che dire "sayonara" non è solo un addio, ma un modo per accettare che certe persone restano dentro di noi anche quando non possiamo più parlarci. E che crescere, forse, è proprio questo: imparare a vivere con i pezzi mancanti senza smettere di cercare quelli nuovi.
Marilù
